Cape to Cape by Marco Polo Team


Vai ai contenuti

Miti e leggende



L'Arca dell'Alleanza


L'Arca è descritta dettagliatamente nel libro dell'Esodo (25, 10-21; 37, 1-9): era una cassa di legno di acacia rivestita d'oro all'interno e all'esterno, di forma parallelepipeda, con un coperchio d'oro puro sul quale erano due statue di cherubini anch'esse d'oro, con le ali spiegate. Le dimensioni erano di due cubiti e mezzo di lunghezza, un cubito e mezzo di larghezza e altezza, ovvero circa 110×70×70 cm. Ai lati erano fissate con quattro anelli d'oro due stanghe di legno dorato, per le quali l'arca veniva sollevata quando la si trasportava.

All'interno della cassa erano conservate le Tavole della Legge (Deuteronomio 10, 1-5; 1 Re 8, 9; 2 Cronache 5, 2-10).

Il compito di trasportare l'arca era riservato ai leviti: a chiunque altro era vietato toccarla. Quando Davide fece trasportare l'arca a Gerusalemme, durante il viaggio un uomo di nome Uzzà vi si appoggiò per sostenerla, ma cadde morto sul posto (2 Samuele 6, 1-8).

Secondo la tradizione l'arca veniva trasportata coperta da un telo di pelle di delfino coperto da un ulteriore telo di stoffa viola e, quando il popolo ebraico si fermava, veniva posta in una tenda specifica, definita "Tenda del Signore" o "Tenda del convegno" senza che venisse mai esposta al pubblico, se non in casi eccezionali.

Inoltre la leggenda vuole che l'arca, in alcune situazioni, si adornasse di un alone di luce e che da essa scaturissero dei lampi di luce divini, delle folgori, capaci di incenerire chiunque ne fosse colpito; infine, tramite l'arca, Mosè era in grado addirittura di parlare con Dio che compariva seduto su un trono fra i due cherubini che ornavano il coperchio e che rappresentano l'angelo Metatron e l'angelo Sandalfon.

L'arca nella Bibbia


Durante la peregrinazione degli Israeliti nel deserto, l'arca rimase sempre nel loro accampamento, spostandosi insieme a loro. Dopo l'entrata del popolo ebraico nel paese d'Israele, la Tenda del convegno fu eretta a Silo (Giosuè 18, 1) e vi rimase fino al tempo di Samuele. A quel tempo gli Israeliti decisero di portare l'arca in battaglia contro i Filistei perché assicurasse loro la vittoria, ma vennero sconfitti e l'arca fu catturata dal nemico (1 Samuele 4, 1-11). Scoppiò però una grave pestilenza tra i Filistei a causa della presenza dell'arca tra loro, per cui dopo sette mesi decisero di restituirla agli ebrei (1 Samuele 5-6). L'arca fu quindi posta nella città di Kiriat-Iearim (1 Samuele 7, 1) e vi rimase finché il re Davide la fece trasferire nella città di Davide, ossia la rocca di Gerusalemme (2 Samuele 6). Infine trovò la sua collocazione definitiva quando Salomone, figlio e successore di Davide, la fece collocare nel Tempio di Gerusalemme da lui fatto costruire (1 Re 8, 1-9).

Antica rappresentazione dell'Arca dell'Alleanza

Si ritiene generalmente che l'arca sia andata distrutta nel 586 a.C., quando i Babilonesi conquistarono Gerusalemme e distrussero il Tempio. Tuttavia, nel passo che parla del saccheggio degli arredi sacri del Tempio (2 Re 25, 8-17), vengono elencati in modo minuzioso tutti gli oggetti che furono portati a Babilonia, ma non si fa menzione alcuna dell'Arca dell'Alleanza. Secondo il libro di Esdra, Ciro, re dei Persiani, restituì gli arredi sacri, che evidentemente erano stati custoditi a Babilonia durante l'esilio, ma ancora una volta non viene nominata l'Arca (1, 7-11). Ciò ha dato adito, fin dai tempi antichi, a numerose versioni alternative:

* Secondo il secondo libro dei Maccabei (2, 1-8), il profeta Geremia sottrasse l'Arca alla distruzione portandola via da Gerusalemme e nascondendola sul Monte Nebo. Il libro dei Maccabei riporta però fatti avvenuti più di tre secoli prima, e quindi potrebbe essere influenzato da leggende e/o interpolazioni successive. Questo brano del libro dei Maccabei, e in particolare il riferimento che l'Arca rimarrà segreta finché Dio non avrà riunito la totalità del suo popolo e si sarà mostrato propizio, ha legato l'Arca alla promessa escatologica della salvezza del popolo ebraico.

* Secondo un'antica tradizione etiope contenuta nel testo sacro etiope Kebra Nagast (il Libro della Gloria dei Re), l'Arca sarebbe invece stata donata da Re Salomone a Menelik I, il figlio da lui avuto dalla regina di Saba, leggendaria fondatrice della nazione etiope. (Secondo un'altra versione, Salomone volle donare a Menelik una copia dell'Arca, ma questi la scambiò di nascosto con l'originale). Vi è ancora oggi un monastero copto in Etiopia (a Lalibela, nei pressi di Aksum) nel quale i monaci sostengono di conservare l'Arca; tale affermazione non può però essere verificata in quanto, essi dicono, l'Arca è un oggetto così sacro che a nessuno può essere permesso di vederla. L'unica persona a cui è concesso questo privilegio è il suo custode: egli vive in solitudine nella cappella dove sarebbe riposta l'Arca senza avere contatti col mondo e alla protezione della reliquia dedica la sua intera vita.

La Cappella in Etiopia dove sarebbe conservata l'Arca dell'alleanza originale

* Secondo altri, l'Arca fu seppellita nel Tempio per preservarla dalla distruzione, e ritrovata nel Medioevo dai Templari, che avevano in quel luogo la loro sede, i quali la custodirono in segreto. Vi è oggi una setta massonica scozzese, i cui membri si dichiarano eredi dei Templari, che afferma di esserne in possesso. Anche questi rifiutano però di mostrarla.

* Il professor Tudor Parfitt, docente presso la School of Oriental and African Studies di Londra, è del parere che l'Arca dell'Alleanza si trovi nello Zimbabwe. Secondo Parfitt sarebbe stata portata lì da Gerusalemme. A supportare questo ci sarebbero le proprietà, a detta sua simili a quelle dell'Arca, dell'oggetto sacro della tribù dei lemba, una specie di tamburo di nome ngoma lungundu. Inoltre, i lemba avrebbero discendenze dirette israelite[1].

* Il 19 giugno 2009 il Patriarca della Chiesa ortodossa d'Etiopia Abuna Pauolos, in una conferenza stampa tenutasi all'Hotel Aldrovandi a Roma, cui ha partecipato anche il principe Makonnen Haile Selassie, presunto nipote dell'imperatore d'Etiopia Haile Selassie I, e il duca Amedeo D'Aosta ha dichiarato che "L'Etiopia è il trono dell'Arca dell'Alleanza. L'Arca dell'Alleanza è stata in Etiopia per 3.000 anni e adesso è ancora lì e con la volontà di Dio continuerà ad essere lì. È per via del miracolo che è arrivata in Etiopia. L'ho vista con senso di umiltà, non con orgoglio, come quando si va in chiesa. È la prima volta che dico questo in una conferenza stampa. Ripeto l'Arca dell'Alleanza è in Etiopia e nessuno di noi sa per quanto tempo ancora. Solo Dio lo sa. Tutto quello che si trova nell'Arca è descritto perfettamente nella Bibbia. Lo stato di conservazione è buono perché non è fatta da mano d'uomo, ma e' qualcosa che Dio ha benedetto. Ci sono molti scritti e prove evidenti sulla presenza dell'Arca in Etiopia. Non sono qui per dare delle prove che l'Arca sia in Etiopia, ma sono qui per dire quello che ho visto, quello che so e che posso testimoniare. Non ho detto che l'Arca sarà mostrata al mondo. È un mistero, un oggetto di culto"[2]. Due giorni prima, il Patriarca aveva annunciato che "presto il mondo potrà ammirare l'Arca dell'Alleanza descritta nella Bibbia come il contenitore delle Tavole della Legge che Dio consegnò a Mosè", e che "ad Axum sorgerà il Museo chiamato a ospitare l'Arca".



Berenice Pancrisia

Berenice Pancrisia, in greco Berenike Panchrysos, è un antico insediamento urbano, situato nel deserto nord-orientale del Sudan, poco al di sotto del ventiduesimo parallelo, vicino alle miniere d'oro del Uadi Allaqi nella Nubia dei faraoni.

Fu scoperta il 12 febbraio del 1989 da una spedizione italiana, composta dai fratelli Castiglioni, Luigi Balbo, Giancarlo Negro e Manlio Sozzani, utilizzando una mappa araba del IX secolo che riportava una miniera.
Nubia: in particolare il Uadi Allaqi

La scoperta è stata considerata così importante da creare una nuova branca dell'archeologia: la Nubiologia.
Tolomeo I e Berenice I

Berenice Pancrisia significa "tutta d'oro" dal greco panchrysos e avrebbe avuto il nome da Tolomeo II Filadelfo che, nel 271 a.C. circa, in onore della madre Berenice I, consorte di Tolomeo I Sotere, ribattezzò la località dopo averla completamente ristrutturata e ampliata, anche con un porto. Ma una seconda ipotesi farebbe derivare il nome dal dio Pan, nome greco di Min divinità egizia del deserto.

Quindi, in sintesi, il significato di Berenice Pancrisia sarebbe Berenice città d'oro del dio Pan.

In realtà, il sito nubiano risale a moltissimo tempo prima della dinastia tolemaica ed era conosciuto come la città dei Beja. Durante il Medio Regno, ebbe quasi sicuramente il nome egizio di Tjeb ed iniziò la produzione industriale, durante il Nuovo Regno, del metallo che prima veniva raccolto nei ruscelli montani in superficie come oro alluvionale.

Berenice Pancrisia fu indicata da:

* Seti I, su una mappa del deserto di Wawat dove fece approntare, con grande dispendio di uomini e mezzi, dei pozzi di acqua;
* Ramesse II che fece incidere nel granito di una stele a Kubban, la via delle miniere. Questa stele si rese necessaria perché molti uomini che dovevano andare a dilavare l'oro, morivano di sete, persi nel deserto o sulla via del ritorno, non portando quindi più il prezioso carico nelle casse del faraone. Inoltre ripristinò i pozzi d'acqua scavati da Seti I che nel frattempo si erano prosciugati per diminuzione della portata della falda idrica legata alla desertificazione già in atto. Il pozzo, di cui parla la stele di Kubban, è molto probabilmente quello scoperto da una spedizione russa a cinquantacinque chilometri dalla foce del Uadi Allaqi;
* Thutmose III che nel tempio di Karnak, a Luxor, illustrò, sulla parete del VI pilone, gli Annali che recitavano lunghi e minuziosi conteggi dei tributi in oro provenienti dalla regione di Wawat. I geroglifici ci dicono che da quella zona, in soli quattro anni, furono importati circa 11.000 deben di oro puro e cioè quasi una tonnellata;

Gli Annali di Thutmoses III

* Plinio il Vecchio che la citò nella Naturalis Historia libro VI "... Berenicen alteram, quae Panchrysos cognominata est...";
* Diodoro Siculo che, circa 30 anni a.C., descriveva le zone di quarzo aurifero della Nubia tolemaica, nel suo libro III della Biblioteca Storica. Questi ci informava che a sud dell'Egitto, tra Arabia ed Etiopia, c'era un luogo pieno di minerali e di miniere d'oro e dove con immani fatiche veniva estratto l'oro.

Anche numerosi esploratori arabi conoscevano Berenice Pancrisia ma, all'inizio del IX secolo, le mutarono il nome in Allaqi (o Allaki o Alachi) e in Ma'din ad-dahab ossia miniera d'oro.

Restò conosciuta fino al XII secolo quando iniziò il declino, poiché estrarre oro, nel deserto, divenne eccessivamente costoso principalmente per carenza di acqua.

Poi, nel 1600 circa si perse l'ubicazione precisa e Berenice fu cancellata dalle carte geografiche e dalla toponomastica. Si incominciò a cercarla, in tempi successivi, tra il Uadi Hammamat e il Uadi Allaqi ove le carte arabe segnavano il nome Derahejb (o Alachi), fino a restituirla alla storia nel 1989.

Tanto oro, questo era ciò che Pancrisia doveva al faraone che ne era l'unico proprietario. Oro, la carne degli dei e la luce di Ra. Oro, il metallo nobile e il più desiderato.

Sarcofagi, statue, monili, punte di obelischi, pavimentazioni di regge: tutto splendeva, in Egitto, nella luce aurea del simbolo dell'eterno.

Il sarcofago di Tutankhamon, che pesa più di 100 chilogrammi, è tutto in oro massiccio e anche gli arredi sono in oro, laminato. Quasi l'ottanta percento del metallo arrivava dalla zona mineraria di Berenice Pancrisia ed a cercare nuove miniere i faraoni mandavano i Sementi, ricercatori che contrassegnavano, con la propria firma, le rocce di quarzo che scoprivano. Tra tanti nomi si trovano anche quelli di semplici viaggiatori e di funzionari governativi come Hekanefer.

Dei minatori, della gente che lì viveva poco si conosce perché le tracce di attività umana sono veramente tenui: pietre rozze e semplici cocci parlano solo della dura fatica quotidiana dei minatori, la cui unica speranza era "di morire il più presto possibile" come scrive Diodoro.

Ma tutta la zona limitrofa è ricca di reperti come macine a rotazione e a sfregamento, pestelli, piani per lavaggio della polvere aurifera con ingegnosa raccolta della preziosa acqua ed altri utensili.

Forse donne e bambini vivevano altrove come spesso accade nei siti minerari, ma nulla è provato.

Intorno alla città resti di edifici, imponenti tombe, vaste necropoli e soprattutto un centinaio di miniere per l'estrazione dell'oro che, con i loro pozzi di aerazione, rendono ancor più aliena la superficie di questa terra.
Egyptian metal workers.png

Gli uomini, al chiuso delle gallerie, scavavano con strumenti di pietra alla fioca luce di lampade ad olio, per trovare le piccole inclusioni di quarzo e in cunicoli così stretti da far pensare che vi lavorassero i pigmei o i bambini. Poi il quarzo veniva frantumato con pesi di pietra, polverizzato nelle macine e dilavato per ricavare l'oro. Da una tonnellata, di materiale grezzo, si ottenevano solo quattro, cinque grammi d'oro.

La raccolta della quarzite era effettuata sia dai depositi alluvionali che da scavi in superficie, a trincea, a galleria e a pozzo. Questi ultimi seguivano le vene di quarzo ed arrivavano fino a 50 metri circa di profondità.

In superficie si trova, tra tanti, un antico fiume in secca, il Uadi Allaqi, in mezzo ad un cocente deserto, tra basse colline di rocce sfaldate e imponenti montagne di granito. Questo fiume, in tempi molto remoti, era il maggior tributario del Nilo ed era lungo più di quattrocento chilometri ma, con lo sconvolgimento ecologico del Sahara, si prosciugò regalando, però, oro e pietre preziose, come gli smeraldi.

L'Allaqi, in quel tratto, scorreva a circa seicento metri di altitudine: intorno, niente oasi, niente acque superficiali ma il greto del fiume è cosparso di imponenti acacie e lì, nel mezzo al Uadi, due anacronistiche roccaforti, alte almeno sei metri, a pianta quadrata, dall'aspetto imponente e con muratura in scisto metamorfico.
Papiro delle Miniere

La prima è larga circa 30 metri. Ha un torrione e numerosi archi in pietra, tutto legato da malta. I muri, spessi quasi un metro, sono perfettamente a piombo. La seconda roccaforte ha dimensioni simili e presenta un vasto cortile con pozzo, e numerose stanze che vi si aprono intorno. Una scala porta ai camminamenti. Questi edifici dovevano servire come deposito dell'oro estratto ed in mezzo, ad essi, resti di arcaiche costruzioni semicoperti dalla sabbia che dell'oro ha solo il colore.

La zona più ricca di metallo era sul lato ovest del fiume, sulle adiacenti rossastre colline, come indicato dal Papiro delle miniere d'oro.

Attraversando il Uadi Allaqi, sul margine destro, in posizione soprelevata, c'è la città vera e propria che, con i suoi 60.000 metri quadrati circa e 2 chilometri di estensione, poteva ospitare più di 10.000 persone e la rendeva, per quei tempi, una grande città, nonostante fosse ubicata in mezzo al deserto.

L'abitato è attraversato da una strada lunga circa 500 metri e larga quasi 5, rettilinea e lastricata similmente ad un decumano. Parallele e regolari le vie traverse. Lungo questa strada, le case costruite sono simili, nella disposizione, ad un accampamento militare. Le abitazioni hanno impianti semplici, sono ad un piano ed edificate con pietre a secco ben assemblate.

Nel centro urbano si trovano i resti di un edificio molto grande con finestre ad arco e adibito molto probabilmente a luogo di culto. Infatti, vi sono ancora tracce di uso come moschea anche se l'insieme richiami molto la basilica romana mentre all'estremità nord della città, una costruzione con un basso muro di cinta farebbe pensare ad un mercato.

Nel complesso, una città arida come il deserto che la circonda, spartana e geometrica, in stile greco-romano con qualche variazione araba.

La terra di Kemet, con il suo sfarzo, appare molto, molto lontana nel tempo e nello spazio.



La Sfinge

La sfinge è una figura mitologica appartenente tanto alla mitologia greca quanto alla mitologia egizia. Viene raffigurata come un mostro con il corpo di leone e la testa umana (androsfinge), di falco (ieracosfinge) o di capra (criosfinge).

Il suo nome deriva da un termine in greco antico che significa strangolatrice.

La sfinge nella mitologia egizia è un monumento che veniva costruito vicino alle piramidi dei faraoni dagli schiavi egizi. Aveva il corpo di un leone e la testa che, si crede, raffigurava il faraone. Una delle più famose sfingi è quella costruita vicino alle piramidi dei faraoni Cheope, Chefren e Micerino a Giza, vicino al Cairo.

Nella mitologia greca - che la raffigura dotata di ali e con la testa di una donna - era stata mandata da Era, in segno di punizione, contro la città di Tebe. Insediatasi sopra una rupe sopra il monte Citerone, poneva l'enigma o sciarada a chi passava, divorando coloro che non riuscivano a venire a capo del quesito.

L'indovinello - consistente nell'individuare quale fosse l'animale che al mattino cammina su quattro zampe, a mezzogiorno su due e alla sera con tre - ebbe la sua soluzione e la sua risposta (ovvero l'uomo perché quando è bambino ossia al mattino della vita cammina carponi con le mani per terra e quindi con quattro zampe; a mezzogiorno, nel fiore dell'età cammina con due piedi; e da vecchio, ossia al tramonto della vita, non reggendogli più le gambe è costretto a servirsi del bastone e così cammina con tre piedi) da Edipo. Sconfitta, la sfinge si dette la morte gettandosi da una rupe (anche se, secondo altre versioni della leggenda, ad ucciderla sarebbe stato lo stesso Edipo).

Si ritiene che la sfinge greca non sia derivata da quella egizia, ma appartenga ad un indipendente sotrato mitologico di area mesopotamica.

Al Museo Archeologico Nazionale di Napoli è custodito un cratere apulo che si ritiene illustri un altro mito (a noi non pervenuto) avente la Sfinge come protagonista: un sileno che porge al mostro un uccello chiuso nel palmo della sua mano. L'analogia con una favola di Esopo (la n. 55, in cui un contadino, per dimostrare l'onniscienza dell'oracolo di Delfi, si reca presso di lui con un passero in mano, e gli chiede se ha con sè una cosa vivente o non vivente, pronto ad uccidere l'uccellino nel caso la risposta sia la prima) ha fatto pensare che il sileno stia sottoponendo la sfinge ad un enigma, cosa che rovescerebbe il mito di Edipo; ma i due potrebbero anche essere intenti ad una gara pacifica, antecedente all'episodio edipeo. Si è anche supposto che la figurazione possa essere collegata al dramma satiresco di Eschilo La Sfinge, ma la sua interpretazione è ancora controversa. In ogni caso il cratere testimonia la diffusione del mito della Sfinge nell'area greco-italica.

La leggendaria Zerzura

Zerzura è il nome di una leggendaria città o oasi del Nordafrica, menzionata da alcuni manoscritti del XIII secolo. In tali manoscritti viene descritta come "bianca come una colomba" e chiamata "l'oasi degli uccellini". La città si sarebbe trovata nel deserto, a ovest del Nilo, tra l'Egitto e la Libia.

La città è stata a lungo cercata dagli archeologi di tutto il mondo, invano. Fra le numerose spedizioni di ricerca si può citare quella intrapresa dagli esploratori Ralph Bagnold (Regno Unito) e László Almásy (Ungheria), che per due anni, dal 1929 al 1930, batterono il deserto con un convoglio di Ford Modello T. Nel 1932 una spedizione di Patrick Clayton e una successiva di Clayton e Almásy trovarono due valli nel Gilf Kebir; nel 1933 Almásy ne trovò una terza. Nessuno di questi esploratori riuscì a trovare resti di una città.

Gli esploratori che negli anni '30 avevano cercato Zerzura fondarono in seguito un club, il Club Zerzura, con sede in un bar di Wadi Halfa. Molti dei membri del club restarono amici e si arruolarono nella British Army, mentre Almásy entrò a far parte dell'Afrika Korps. Il libro Il paziente inglese di Michael Ondaatje racconta la vita di Almásy.


Torna ai contenuti | Torna al menu